Accademia di Psicoterapia della Famiglia
Sede di Palermo

Indirizzo Scientifico Culturale

Origini e sviluppo delle teorie sistemiche

Il movimento della psicoterapia sistemica affonda le sue radici nella cultura americana degli anni cinquanta, caratterizzata dal prevalere di una tendenza volta al superamento della settorializzazione degli studi e di recupero di un approccio olistico ai problemi. Lo sviluppo di nuove discipline, come l’antropologia e la sociologia, dà un contributo significativo alla conoscenza dei contesti in cui l’individuo vive, in particolare allo studio delle influenze che le relazioni e l’organizzazione familiare sembrano giocare sullo sviluppo della personalità. Con i concetti di sistema, organizzazione, causalità circolare ed equifinalità viene sottolineata la necessità di considerare ogni fenomeno nella prospettiva dell’intero e l’impossibilità di considerarlo come somma delle parti scomponibili, analizzabili in termini di causa-effetto.
In particolare nel campo della psicologia emerge la tendenza del ricercatore a spostare la sua attenzione dai fattori intrapsichici ai fenomeni interpersonali e ai contesti in cui hanno luogo. Il nuovo orientamento mette in discussione una visione dell’individuo prigioniero dei propri guasti e di una sua dinamica tutta interna e sostituisce ad essa l’immagine di un essere sociale, il cui comportamento è comprensibile alla luce dell’organizzazione e del funzionamento del sistema di relazioni in cui è inserito. In questa definizione viene sottolineato l’aspetto comunicazionale di ogni evento ed azione, compreso il comportamento sintomatico.
I sintomi appaiono sempre di più come un segnale di disagio relazionale dell’intera famiglia, che sembra comunicare in questo modo l’esistenza di un conflitto tra continuità e cambiamento, tra legami di appartenenza e bisogni di individuazione dei suoi singoli componenti.
Nasce su queste basi un movimento che si struttura intorno ad alcune idee condivise: 1) la famiglia viene considerata “come se fosse” un sistema; 2) ogni comportamento viene letto e compreso come funzione della relazione; 3) viene abbandonata una concezione del sintomo come anomalia individuale e viene coniato il termine “paziente designato”, il portatore del sintomo che esprime, anche a nome degli altri membri del sistema, le difficoltà legate alla crescita e all’evoluzione; 4) viene definito come obiettivo della terapia non più il solo cambiamento del singolo, ma la modificazione dei modelli di relazione tra gli individui.
Tuttavia la condivisione di queste idee non porta alla definizione di un modello concettuale ed operativo comune. Una differenza fondamentale riguarda la considerazione dell’individuo e degli aspetti soggettivi e storici nella concettualizzazione del sistema familiare e del modello terapeutico.
Per quanto riguarda l’Italia, e più tardi in altri paesi europei, la psicoterapia sistemica si afferma attraverso il modello pragmatico-comunicazionale. In Italia, infatti, il clima dei primi anni settanta è caratterizzato dal movimento dell’antipsichiatria che mette l’accento sulle determinanti socio-economiche, “sistemiche”, della malattia mentale; visione che si contrappone a quella più introspettiva della psicanalisi.
Tuttavia questo modello strettamente behavioristico viene messo ben presto in crisi per lasciare spazio a una riconsiderazione del rapporto famiglia-individuo.

Modello di formazione della scuola

La scuola ha incorporato le teorie sistemiche integrandole nella più ampia dimensione della psicologia relazionale. Di fatto il modello dell’A.P.F. si è andato caratterizzando nel tempo per la riscoperta della soggettività, della storia di sviluppo familiare e dell’importanza della relazione famiglia e individuo (vedi i numeri speciali della rivista Terapia Familiare su “Famiglia-Individuo”, 1983 e “Famiglia-individuo”, scelte cliniche”, 1989).
Tale posizione è seguita da Bowen, Boszormenyi-Nagy, Whitaker, Ackerman, Framo, cioè da coloro che pure studiando la famiglia come sistema cercano di affermare una continuità con una tradizione psicodinamica anche se non svolgono attività psicoanalitica. La famiglia trova nel sé individuale e nel suo percorso di differenziazione dalla famiglia d’origine lo sviluppo il suo migliore modello di concettualizzazione. Nell’equilibrio dinamico tra appartenenza e separazione ciascun individuo nel corso della sua storia dovrebbe essere in grado di emanciparsi dalla famiglia di origine, superando i propri bisogni di dipendenza. In questo modello un ruolo importante ha la storia, il rapporto con le figure significative del passato, la famiglia di origine e la rete sociale.

La famiglia trigenerazionale

Il pensiero trigenerazionale e i principi della teoria evolutiva (“Tempo e mito nella psicoterapia della famiglia”- Andolfi, Angelo, 1987) sono ampiamente sviluppati nella Scuola. Il processo di comprensione dell’individuo e delle sue tappe di sviluppo viene inserito in uno schema di osservazione trigenerazionale che permette di “vedere” i comportamenti attuali di una persona come metafore relazionali, cioè come segnali indiretti di bisogni e coinvolgimenti emotivi del passato che trovano lo spazio e il tempo di manifestarsi concretamente nelle relazioni presenti. La costruzione di nuovi legami affettivi, come i legami di coppia e la loro evoluzione, sono legate alla possibilità di separarsi da questi vincoli del passato.

L’approccio relazionale sistemico e l’esperienza terapeutica

L’obiettivo della terapia non è la cura dei sintomi / disturbi, per cui è stato richiesto l’intervento, sia a livello infantile o adolescenziale, come nella relazione di coppia, ma anche la loro comprensione all’interno dei processi di sviluppo della famiglia. Così facendo sarà possibile ricercare significati diversi negli eventi nei comportamenti reciproci, sperimentando nuove forme di rapporto.
L’obiettivo, non sono tanto i nuovi contenuti, ma l’apprendimento da parte dei membri della famiglia di una metodologia di lavoro, che permetta di conciliare l’essere di ciascuno con l’appartenere alla stessa storia evolutiva e di continuare a farlo a casa, fuori dal contesto terapeutico. In questo senso il modello della scuola si rifà anche alla posizione di Minuchin e della sua scuola strutturalista che considera il terapeuta parte integrante del processo terapeutico
Il compito del terapeuta infatti è quello di attivare in concreto le risorse della famiglia stessa. Quello che muta sono i significati attribuiti all’esperienza. La relazione terapeutica ha un ruolo centrale e il terapeuta diviene così una sorta di mediatore intergenerazionale che aiuta la famiglia all’ascolto e al rispetto di linguaggi diversi nel rapporto di coppia e nella relazione genitori – figli , così che ciascuno possa trovare nuove modalità di realizzazione di sé e di condivisione affettiva con gli altri
Il metodo è quindi basato sul fare insieme, dentro e fuori la terapia, un’esperienza che permetta di risvegliare potenzialità e risorse presenti nella famiglia, nell’esperienza differenziata dei suoi membri, nella sua storia di sviluppo e nel suo reticolo sociale.
Un’applicazione importante di questo modo di procedere si ha nel lavoro istituzionale con bambini e adolescenti problematici, nel trattamento di coppie in crisi o in fase di disgregazione familiare e in tutte quelle situazioni di intervento con gruppi sociali svantaggiati o marginalizzati.